Salta al contenuto

CALCIO

La grande intervista: Jean Butez

Ci sono portieri che trattano l’area di rigore come un bunker. E ci sono portieri che la trattano come uno studio. Stesse mura, mentalità diversa.

Jean Butez appartiene alla seconda scuola. Bastano pochi minuti e lo percepisci: le pause che esprimono sicurezza, il primo controllo che spegne il panico, il passaggio che arriva come se fosse sempre stato quello il piano. Butez ha il fisico del portiere tradizionale: alto, elastico, spalle larghe, ma il ritmo è moderno. Non aspetta di subire la partita, la inizia.

E a Como questo è importante, perché il portiere non è solo l’ultima linea, ma rappresenta spesso la prima fase. Nella costruzione del gioco del Como l’azione inizia spesso con Butez che prende un respiro, lascia che il pressing si scopra e poi infila il pallone negli spazi. Possiamo chiamarla tattica, ma è anche personalità. Jean non si scompone facilmente. Non ha fretta, a meno che il momento non lo richieda. È un giocatore che sembra amare la gestione del momento, non in modo intenso, piuttosto come una preferenza tranquilla per le cose al posto giusto. 

Butez è cresciuto a Lille, con quel tipo di scuola calcistica che ti insegna la disciplina prima del glamour. Nel vivaio del Lille è cresciuto calcisticamente durante un lungo periodo che ha incluso anche la squadra B e la consapevolezza quotidiana che una carriera si guadagna, non si annuncia. In Francia ha imparato le basi: lavorare, ascoltare, farsi trovare pronti anche quando il proprio momento tarda ad arrivare.

Poi è arrivato il Belgio e qualcosa è cambiato. È andato prima al Mouscron, inizialmente in prestito, e quel passo è stato importante perché gli ha dato ciò che i portieri desiderano: opportunità. Minuti. Responsabilità. La sensazione che la porta sia tua e che, qualunque cosa accada, sia tu a doverci convivere.

Quando poi è passato al Royal Antwerp, è entrato in un club che gli avrebbe dato occasione di crescita. Grandi partite, grandi aspettative, grandi serate. È diventato titolare, ha vinto trofei, ed ha preso parte ad una stagione che ha portato un triplete nazionale in Belgio. È il tipo di successo che cambia il modo in cui ti vedono gli altri, ma cambia anche come ti vedi tu. Conferma il lavoro. Alza gli standard. Trasforma le abitudini in personalità.

Poi è arrivato il Como, con un contratto di tre anni. Sulla carta può sembrare solo un cambio di campionato e di lingua. In realtà è anche un cambio di vita. Il lago. La luce. La vista dello stadio che sembra quasi irreale. La sensazione che il calcio possa essere intenso senza diventare noioso.

Per Butez il trasferimento non è stato solo calcio. Ne parla come una vera e propria scelta di vita, che è esattamente ciò che è quando hai una famiglia e bambini piccoli e stai scegliendo dove vuoi che si svolgano le tue giornate.

“Il mio trasferimento in un altro paese è andato bene. Avevo bisogno di un cambio di scenario, di ambiente, di scoprire una nuova cultura, anche se vicina a quella francese. Io e la mia famiglia avevamo bisogno di scoprire qualcosa di nuovo e quale posto migliore del Lago di Como per crescere sia come famiglia sia calcisticamente dentro un progetto sportivo entusiasmante. Per me è stata una vera opportunità poter partire verso la novità.”

Se vuoi capire Butez, devi partire da come descrive il suo passato.  Ne parla come un uomo che ha collezionato esperienze, non come qualcuno che è scappato da qualcosa.

“Gli anni in Francia sono stati molto importanti per la mia crescita, anche perché a Lille ho trascorso dagli 8 ai 21 anni. E’ stato un periodo caratterizzato da tanto apprendimento e molti momenti importanti, nelle giovanili e attraverso incontri cruciali durante la mia carriera. A Lille ho incontrato persone con cui sono ancora in contatto oggi, perché mi hanno aiutato a diventare il calciatore e l’uomo che sono adesso.”

Parla della Francia come di un punto di partenza. Poi parla del Belgio come momento di formazione. Un luogo che gli ha insegnato a gestire quel lato del mestiere del calciatore che nessuno racconta: gli errori, le conseguenze, i momenti negativi e la capacità di tornare sé stessi il giorno dopo.

“Il passaggio dalla Francia al Belgio è stato molto naturale, era importante per me giocare da numero uno in prima squadra. È stata una vera opportunità restare vicino alla Francia e poter giocare, a 22 anni, nella prima divisione belga. Ho imparato molto. Dal punto di vista sportivo è stato un percorso di apprendimento molto veloce che mi serve tutt’oggi. Ci sono stati momenti piuttosto difficili in cui ho vissuto tante cose: errori, un cartellino rosso, sbagliare sul campo. Questa esperienza oggi mi permette di essere più forte, sapere affrontare mentalmente le partite con più tranquillità e serenità e saper gestire bene i momenti difficili.”

C’è un altro Belgio per lui, la parte che conta più del calcio. Il capitolo famiglia.

“A livello personale è stato anche molto profondo perché in Belgio mi sono sposato. Ho sposato Marion, che è mia moglie da diversi anni ormai. E poi, sempre in Belgio, ad Anversa, l’arrivo dei nostri figli. Quelli sono i momenti più importanti della mia vita. Penso che Anversa resterà sempre una città molto speciale per me, dopo quello che abbiamo vissuto come famiglia e, ovviamente, anche a livello sportivo, ma soprattutto a livello personale. E’ una città che mi ha permesso di crescere, di conoscere il senso di responsabilità da padre, un aspetto che mi permette di essere più sereno, più calmo in porta e di essere un uomo realizzato ogni giorno con i miei figli intorno.”

Quella calma emerge anche nelle scelte di ogni giorno. Gli chiedi come sarebbe una serata perfetta e non ti vende una fantasia. Ti vende qualcosa di meglio: tempo, speso bene.

“Una serata con mia moglie senza calcio e senza bambini oggi è molto rara. Cerchiamo di concederci ogni tanto del tempo insieme per andare al ristorante o passare una serata solo noi due, perché per una coppia è molto importante avere questi momenti. A dire il vero, non mi capita spesso di andare al cinema in Italia, ma in Francia ci piaceva molto andare a vedere un film, fare una bella cena al ristorante e poi chiacchierare davanti a un drink. Poter avere tempo senza telefoni, senza bambini e vivere veri momenti di qualità insieme, è questo che conta di più. Ci siamo conosciuti prima di avere figli e, anche se oggi siamo una famiglia e amiamo i nostri bambini più di ogni altra cosa, bisogna anche sapersi ritrovare senza di loro. È sempre molto piacevole. Quindi penso che sarebbe molto semplice: un bel film al cinema, un buon ristorante e una bella conversazione davanti a un drink. Questa è la serata perfetta, credo.”

Poi il racconto dei talenti nascosti. Ciclismo, perché ama la velocità. Cucina, perché ama il metodo. La stessa logica del portiere, solo con strumenti diversi.

“Un altro mio talento è ancora nello sport. Mi piace molto andare in bici, fare mountain bike e bici da strada. Quindi direi il ciclismo: mi piace tantissimo e sono anche piuttosto bravo. Amo la sensazione di velocità, è qualcosa che faccio quando ho tempo e quando torno nel nord della Francia.
Oltre allo sport, mi piace cucinare. Preferisco cucinare a casa mentre mia moglie fa il bagno ai bambini. Mi piace passare tempo in cucina, seguire una ricetta o preparare un piatto che so già fare.
Quindi sì, direi che cucinare è anche qualcosa che apprezzo particolarmente e, almeno così, posso decidere cosa mangio durante la settimana a casa. È sicuramente un ambito in cui mi piace mettermi alla prova.”

Il suo giorno libero ha un sapore preciso, ed è quello che ti aspetti da un francese che si è innamorato dell’Italia: pizza, ma fatta bene. A volte ordinata, a volte fatta in casa, sempre condivisa.

“Il mio piatto preferito per un giorno libero direi che, soprattutto dopo una partita, è una pizza di buona qualità.
Di solito la ordiniamo, ma ho anche un forno a legna per farla a casa. Mi piace prepararla con mia moglie e i bambini, ci diverte. È sempre un momento conviviale in cui ci ritroviamo in famiglia o con amici che sono venuti a vedere la partita. Che sia fatta a mano o ordinata, la pizza è un piatto bello da condividere”

Se ha un pomeriggio libero, gli piace organizzare qualcosa di semplice.

“Se avessi un pomeriggio libero, penso che andrei a giocare a padel con un amico. È uno sport che puoi fare con gli amici ed è molto sociale. Ci gioco ogni tanto nel nord della Francia e capita di giocare qui in Italia con alcuni miei compagni di squadra. È conviviale e non è troppo impegnativo fisicamente. Quindi direi che per passare un bel momento con gli amici sceglierei quello.
Se invece parlassimo di qualcosa non legato allo sport, farei un giro per Lille gustando un piatto tipico del nord della Francia. Sarebbe un bel momento da condividere con un amico e un modo per fargli conoscere la cultura della Francia del nord, che è anche molto legata al senso di condivisione.”

E se potesse imparare qualcosa all’istante, sceglierebbe uno strumento che gli somiglia. Calmo, metodico, preciso.

“Se potessi imparare all’istante qualcosa fuori dal calcio, come suonare uno strumento, imparare una lingua o cucinare, penso che sceglierei di suonare il pianoforte. Amo molto questo strumento.
Mi piace ascoltarlo prima delle partite, o a volte anche in macchina; ascolto brani a pianoforte per calmarmi e sentirmi un po’ più sereno. Me l’ha trasmesso mia nonna, che mi diceva che la musica classica è importante per restare calmi.”

C’è qualcosa di giusto in un portiere che ascolta musica a pianoforte per prepararsi al caos. Non è scaramanzia, è rituale. Un modo per fermare il tempo prima che lo stadio provi ad agitarti.

In campo, la sua seconda stagione a Como è una crescita costante. La misura più semplice è quella che tutti conoscono: le porte inviolate. Senza perdersi nelle date, il salto dalla scorsa stagione a questa è chiaro sia nei numeri che nelle sensazioni. Più partite senza subire gol, meno fasi ansiose e la percezione che la linea difensiva si muova come un’unica identità. I clean sheet non sono mai merito di un solo uomo, ma Butez è diventato un punto cardine nel modo in cui il Como gestisce le partite; non solo parando, ma anche dando vita alle azioni, usando il pallone con consapevolezza e facendo sentire tutta la squadra un po’ meno stressata.

Lo percepisci nel modo in cui parla. Lo vedi nel modo in cui gioca. La calma, per lui, non è estetica. È uno strumento.

E quando un portiere è calmo, tutta la squadra respira.